Ci sono momenti in cui sappiamo perfettamente che qualcosa non ci fa più bene. Lo sentiamo quando la domenica sera iniziamo già ad avvertire il peso del lunedì, quando accettiamo ancora una volta un impegno che avremmo voluto rifiutare o quando continuiamo a portare avanti un progetto che ormai ci toglie molta più energia di quanta ce ne restituisca.
A volte arriviamo persino a renderci conto che, dentro di noi, abbiamo già lasciato andare da tempo qualcosa che continuiamo ostinatamente a tenere in piedi nella nostra vita.
Eppure continuiamo.
Ed è forse proprio questo l’aspetto più interessante: molto spesso non continuiamo perché non ci rendiamo conto di stare male. Continuiamo nonostante ce ne rendiamo conto.
Allora perché lo facciamo?
La risposta più immediata potrebbe essere: perché abbiamo delle responsabilità. Ed è vero. Non possiamo lasciare un lavoro ogni volta che siamo stanchi, abbandonare un progetto alla prima difficoltà o dire di no a tutto ciò che ci costa fatica.
Ma c’è una differenza enorme tra attraversare consapevolmente una difficoltà e rimanere intrappolati per anni in qualcosa soltanto perché non riusciamo più a immaginare di poter fare diversamente.
È proprio dentro questa differenza che vorrei portarti.
Quando il “devo” prende il posto dello “scelgo”
Prova per un momento ad ascoltare quante volte, durante una giornata, utilizzi mentalmente la parola “devo”.
Devo finire questa cosa.
Devo rispondere.
Devo occuparmene io.
Devo essere disponibile.
Devo dimostrare che ce la faccio.
Devo resistere ancora un po’.
Alcuni di questi “devo” appartengono semplicemente alla vita adulta. Altri, invece, nascondono qualcosa di molto più profondo: la paura di deludere qualcuno, il bisogno di essere riconosciuti, la sensazione di non fare mai abbastanza oppure il timore che fermarsi, cambiare direzione o lasciare andare ciò che abbiamo costruito significhi aver fallito.
A quel punto non siamo più semplicemente stanchi. Iniziamo lentamente a vivere attraverso un automatismo, spesso senza rendercene conto.
La cosa sorprendente è che possiamo essere estremamente efficienti anche mentre lo facciamo. Possiamo continuare a lavorare, ottenere risultati, occuparci degli altri, risolvere problemi e apparire perfettamente funzionanti agli occhi di chi ci guarda, mentre dentro di noi qualcosa comincia lentamente a spegnersi.
E se non tutto ciò che senti fosse veramente tuo?
È proprio cercando di comprendere meglio questi automatismi che trovo particolarmente interessante la prospettiva offerta dal BG5, perché invece di chiederci immediatamente cosa dovremmo cambiare di noi, ci invita prima di tutto a osservare e a distinguere ciò che appartiene alla nostra natura da ciò che abbiamo imparato ad essere.
Una mappa BG5 mostra infatti aspetti di noi molto stabili, energie che tendiamo a esprimere con continuità e sulle quali possiamo naturalmente fare affidamento, ma mostra anche aree molto più ricettive, attraverso le quali percepiamo profondamente ciò che arriva dagli altri e dall’ambiente in cui viviamo.
Questa ricettività non è una debolezza, anzi può diventare una straordinaria fonte di sensibilità, esperienza e comprensione. Proprio perché siamo così aperti a ciò che incontriamo, però, in quelle aree possiamo anche assorbire aspettative, pressioni e modi di funzionare che, con il tempo, finiamo per scambiare per nostri.
Ma questo è soltanto uno dei modi in cui possiamo allontanarci dal nostro funzionamento naturale. Anche qualità ed energie che ci appartengono profondamente possono essere vissute in modo poco funzionale quando perdiamo il contatto con il modo corretto per noi di esprimerle.
È in questi diversi modi di allontanarci dalla nostra natura che possiamo incontrare quelle che nel BG5 vengono chiamate Ombre.
Un’Ombra non è un difetto e non indica qualcosa di sbagliato in noi. È piuttosto un’espressione automatica che può prendere spazio quando perdiamo il contatto con la nostra direzione e iniziamo a muoverci sulla base del condizionamento, della pressione o della necessità di essere ciò che pensiamo venga richiesto da noi.
Ed è qui che alcune dinamiche diventano incredibilmente riconoscibili.
Quando continui perché devi dimostrare
Puoi sapere di essere esausto e continuare comunque, perché fermarti significherebbe ammettere che hai un limite. Puoi rimanere in una situazione che non desideri più perché hai bisogno di dimostrare, magari prima di tutto a te stesso, che sei capace di portarla fino in fondo.
Puoi assumerti ancora una responsabilità, anche quando sai di non avere più spazio, perché da qualche parte hai imparato ad associare il tuo valore a quanto riesci a fare. Oppure puoi restare aggrappato a qualcosa semplicemente perché lasciare andare ciò che conosci fa più paura che sopportare ciò che non ti rende più felice.
Non si tratta di giudicare questi comportamenti, ma di cominciare a guardarli per ciò che sono.
Perché una reazione automatica, finché rimane invisibile, può assomigliare moltissimo a una scelta.
Forse una delle distinzioni più importanti che possiamo imparare a fare è proprio questa: comprendere quando stiamo scegliendo davvero e quando, invece, stiamo reagendo a una pressione, a una paura o al bisogno di sentirci sicuri, riconosciuti o all’altezza.
Non devi diventare qualcun altro
Quando incontriamo una parte di noi che non ci piace, il primo impulso è quasi sempre quello di correggerla. Pensiamo che dovremmo essere più forti, imparare finalmente a dire di no, essere meno sensibili oppure smettere di preoccuparci tanto di quello che pensano gli altri.
Ma forse non abbiamo bisogno di aggiungere un altro “devo” alla lista.
Forse la strada non consiste nel costruire una nuova versione ideale di noi stessi, da aggiungere alle tante persone che nel corso della vita abbiamo cercato di diventare. Potrebbe consistere, invece, nell’imparare a distinguere ciò che ci appartiene da ciò che abbiamo imparato e la nostra energia dalle pressioni che assorbiamo.
Soprattutto, significa cominciare a riconoscere una scelta autentica da una reazione automatica.
In fondo, chi siamo da chi abbiamo creduto di dover essere.
È una delle ragioni per cui trovo il BG5 così interessante: una mappa non ti dice chi devi diventare e non pretende di consegnarti una nuova identità alla quale conformarti. Può aiutarti piuttosto a osservare come sei naturalmente progettato per funzionare e, soprattutto, a riconoscere quei punti nei quali rischi più facilmente di allontanarti dalla tua natura.
Quando cominci a vedere queste dinamiche, anche la domanda può cambiare.
Non più:
“Come faccio a resistere ancora?”
ma:
“Da quale parte di me sto scegliendo di continuare?”
Perché a volte continuare è esattamente la scelta giusta, anche quando costa fatica. Altre volte, invece, la vera forza consiste nel riconoscere che siamo rimasti fedeli per troppo tempo a qualcosa che non ci appartiene più.
Imparare a distinguere le due cose può cambiare profondamente il modo in cui lavoriamo, scegliamo e viviamo. È lo stesso lavoro di ascolto di cui parlo anche in come distinguere la voce dell’anima dalla voce della paura: imparare a riconoscere quale voce interiore, tra le tante, sia davvero la nostra.
Se leggendo queste parole hai riconosciuto qualcuno dei tuoi “devo” e senti il desiderio di comprendere meglio ciò che scegli davvero e ciò che, invece, potresti continuare a fare per condizionamento, una lettura BG5 può aiutarti a riconoscere queste dinamiche nella tua mappa personale.