In questo periodo mi sono accorta di qualcosa che riguarda molte delle persone con cui faccio consulenze… e riguarda anche me.
Mi rendo conto che oggi tante persone vivono in uno stato di accumulo di tensione graduale.
Silenzioso. Ma costante.
Non succede all’improvviso.Non c’è un grande evento che fa crollare tutto.
È qualcosa che si costruisce giorno dopo giorno.
Giornate piene.
Giornate intense sotto vari aspetti.
Responsabilità familiari o lavorative che sembrano aumentare.
Cose da sistemare.
Persone da ascoltare.
Situazioni che non funzionano.
Imprevisti da gestire.
Aiuti i figli.
I genitori.
Gli amici.
E il lavoro che incalza.
La sensazione è quella di dover tenere tutto insieme.
E, quasi senza accorgertene, inizi a controllare più di quello che serve.
Funzioni.
Organizzi.
Reggi.
Ma a un certo punto senti la necessità di fermarti, perché qualcosa dentro lo chiede.
E lì ti rendi conto che stai vivendo più in reazione che in scelta.
Non è un grande dramma.
O forse sì, ma distribuito in tante piccole tensioni quotidiane che sembrano normali.
Non sta crollando nulla.
Ma senti una tensione sottile, costante.
Come se il corpo fosse sempre un passo avanti, pronto all’azione, alla fuga.
E magari ogni volta che provi a rallentare, anche solo un attimo, arriva un disagio.
Un’irrequietezza.
Una voce che dice: “Non è il momento.”
Oppure ci sono situazioni familiari — con i figli, con i genitori — che ti mettono sotto pressione anche quando tutto sembra normale.
E allora continui.
Non perché vuoi.
Ma perché hai imparato così.
In queste settimane sto osservando proprio questo spazio: cosa succede quando impariamo a riconoscere questo automatismo prima che diventi stanchezza cronica, prima che diventi chiusura.
Sto lavorando a qualcosa che nasce esattamente da qui.
Uno spazio concreto per imparare a fermarsi senza colpa, prima che sia il corpo a farlo per noi.
In passato mi è successa una cosa che mi ha fatto riflettere molto.
Anni fa mia figlia fece un corso di coerenza cardiaca.
Durante una delle prove si utilizzava un sensore collegato all’orecchio che misurava il livello di stress attraverso il respiro.
Ero convinta di non essere stressata.
Il risultato ha mostrato il contrario.
In quel momento mi sono resa conto di una cosa semplice e scomoda: lo stress era diventato così abituale da non essere più riconoscibile.
Non era un picco.
Era uno stato di fondo.
Da lì ho iniziato a osservarmi di più.
Questo significa che non mi stressi più?
Ovviamente no.
A volte ci ricasco.
Ma almeno ora lo vedo.
E quando lo vedo, posso cambiare più velocemente.
A questo punto forse la domanda non è: “Sei stressato/a?”
Ma:
Ti sei mai chiesto/a se ciò che per te è normale… in realtà è tensione?
Con presenza,
Manuela